Li gnommeri de ‘iscosa – Francesco Rinaldi

A Rieti, nel 1928, l’arrivo della Supertessile fu un evento industriale straordinario che modificò l’equilibrio quasi statico di una economia locale troppo agricola e creò i presupposti per una trasformazione sociale, culturale ed economica dell’intera città. Arrivarono lavoratori e famiglie dal Veneto, dall’Emilia Romagna, dall’Abruzzo e da tutta la provincia di Rieti. Convinto dall’azione combinata del sindaco Marcucci e del principe Potenziani, ma anche da una serie di agevolazioni fiscali e logistiche, il presidente della Supertessile, il barone piemontese Fassini, scelse Rieti per la costruzione di uno stabilimento destinato alla produzione di fibre artificiali. La struttura industriale copriva un’area di circa trenta ettari ed era il perno intorno al quale fu realizzato un villaggio con case per gli operai, residenze per la dirigenza, mense, dopolavoro, bagni, vasconi, convitti, negozi.
Francesco Simeoni

Ebook/Cartaceo
http://www.amarganta.eu/saggistica/li-gnommeri-de-iscosa/

 

Prima di affacciarsi al mondo dello spettacolo, Francesco Rinaldi ha svolto diversi lavori, dall’operaio all’operatore scolastico; autore-compositore per l’infanzia, conta tre vittorie allo Zecchino d’Oro, alcune canzoni-sigla per Raiuno favole radiofoniche per Radiounorai e alcune pubblicazioni di musical per le Edizioni Paoline; per il Teatro Ragazzi, come autore, attore e regista, in venti anni di attività ha realizzato tournée sia in Italia che all’estero; ha svolto attività di volontariato presso il Centro di Cantalice per un progetto di sperimentazione teatrale per malati di Alzheimer e attualmente svolge attività di volontariato presso il Carcere Circondariale di Rieti come operatore teatrale per detenuti; come commediografo in dialetto predilige i grandi vissuti del Novecento reatino. Prima di Quanno sfamessimo lu munnu, ha scritto, diretto e rappresentato altre commedie: Lo succaru dé li rapari, Lo bbonu e la puzza dé la ‘ìscosa, Li lalianti, So bbenuti l’americani, Brutti gnefri e capelluni e ’A famija dé ‘na ‘orde.

 

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